La fibra è spesso al centro del dibattito sul futuro digitale del Paese, ma non basta a spiegare perché le performance restino indietro rispetto ad altri contesti europei. Nel suo nuovo instant book, Pietro Labriola analizza le contraddizioni del settore e mette in luce i nodi strutturali che frenano lo sviluppo delle telecomunicazioni in Italia. Leggi l’introduzione e scarica la versione integrale del book.
Introduzione
Questo testo nasce da una convinzione netta: il modello di business su cui oggi si regge il settore delle telecomunicazioni non funziona più. Non solo mostra limiti strutturali
evidenti, ma soprattutto non è in grado di assicurare all’Italia quel salto di sviluppo economico e sociale che tutti ci aspettiamo, nonostante gli ingenti investimenti realizzati nelle infrastrutture digitali.
Questa riflessione prende forma anche alla luce delle evidenze emerse dallo studio
FTTH/B Market Panorama in Europe del FTTH Council, dagli studi “The state of digital communications” del 2024 e 2025 pubblicati da ETNO, l’European Telecommunications Network Operator’s Association, e dallo studio “Profiling Italy’s fixed competitiveness”, realizzato da Ookla e KPMG nel marzo 2026 e reso disponibile ad Asstel, Associazione di Confindustria che rappresenta la Filiera delle telecomunicazioni, che ha costruito con KPMG una collaborazione per una serie di osservatori dedicati ai principali trend
e dinamiche del settore delle telecomunicazioni, a livello nazionale e internazionale.
Dai dati emerge chiaramente che l’Italia ha investito massicciamente nella fibra, eppure:
- le prestazioni restano sotto i livelli dei principali Paesi europei;
- la latenza è tra le peggiori del G7;
- i prezzi sono tra i più bassi in Europa;
- i costi tra i più alti.
Per questo voglio lanciare tre messaggi.
La fibra è necessaria, ma non basta.
La qualità delle connessioni dipende dall’intero stack, non solo dall’ultimo miglio di infrastruttura.
Il vero gap italiano è nel middle mile.
Trasporto, interconnessione e data center determinano latenza e qualità effettiva. È la parte meno visibile, ma quella che richiede investimenti continui e rilevanti.
Il modello economico di oggi non regge.
Investimenti elevati e ritorni bassi stanno portando il settore verso una crisi strutturale.
È qui il nodo: le telecomunicazioni italiane operano con i prezzi più bassi d’Europa, costi energetici tra i più alti e costi di realizzazione delle infrastrutture elevati. In queste condizioni diventa difficile sostenere nuovi investimenti e migliorare le prestazioni.
Il mio obiettivo è spostare il dibattito - non più “quanta fibra”, ma “come far funzionare davvero il sistema” - e invitare le istituzioni a considerare questi elementi per rimuovere i vincoli che oggi limitano lo sviluppo del settore e il suo contributo alla crescita dell’Italia.
Ho affrontato l’analisi dei temi tecnologici in modo semplice e diretto perché il mio obiettivo di fondo è far capire:
- dove risiedono le strozzature (il middle mile, ma anche l’ambiente domestico) che influiscono sulle prestazioni (effettive e percepite);
- quali indicatori della qualità della rete devono essere considerati;
- le conseguenze in termini di digital divide (territoriale, ma non solo).